BULGHERONI: «LA MIA VARESE? PASSIONE E GIOVANI CONTRO LA CRISI»

Riportiamo qui di seguito una bella intervista ad Antonio Bulgheroni, consigliere di amministrazione della Pallacanestro Varese, pubblicata nell’edizione nazionale di oggi – mercoledì 6 settembre 2017 – de “La Gazzetta dello Sport” a firma Filippo Brusa.

Il quartier generale di Antonio Bulgheroni è in linea con il multiforme ingegno che, in 74 anni, non solo gli ha permesso di avere successo come imprenditore, di entrare in consigli di amministrazione di primissimo piano e di diventare uno dei tre saggi di Confindustria, ma lo ha anche portato a essere sportivo vincente: prima giocatore e poi presidente nella serie A di pallacanestro e oggi golfista non a tempo perso. Il suo Campus, aperto a Varese nel 1993, con campi da basket, una palestra e un centro di medicina sportiva all’avanguardia, rappresenta ancora un modello per la città, alle prese con la crisi delle realtà sportive maggiori.

Bulgheroni, perché a Varese lo sport non sta bene?
«Dagli anni 60 alla fine del decennio successivo, la famiglia Borghi ha inventato le sponsorizzazioni nello sport varesino, trascinando in alto non solo il basket e il calcio ma producendo risultati di spessore anche in altre discipline come il ciclismo, il canottaggio, il pugilato, l’atletica e il tennis. L’età dell’oro si è spenta già molto tempo fa, il mecenatismo non è scomparso solo qui ma ovunque, e il mutato contesto economico, che si riflette sempre sullo sport, ha prodotto sofferenza. Ma è bene considerare anche un altro aspetto».

Quale?
«Basta fare il giro del lago in un fine settimana qualsiasi per incontrare tante persone che corrono o vanno in bici. In città e in provincia c’è un fermento latente nello sport, che a livello amatoriale continua a costituire una realtà di spicco».

Quando all’inizio degli anni 80 ha acquisito la Pallacanestro Varese, tenuta poi fino al 2000, ha detto di essere stato spinto da un «dovere civico». È ancora attuale quel dovere?
«Quell’impegno che mi assunsi oggi è espresso dalle tante società che quotidianamente danno ai giovani la possibilità di praticare lo sport».

I ragazzi sono ancora una priorità, visto che nella pallacanestro c’è chi spesso preferisce affidarsi a stranieri di seconda qualità, invece di sfornare giocatori in casa?
«Oggi serve quella vocazione che aveva caratterizzato la mia Pallacanestro Varese e, se mi rendo conto che coltivare i giovani è un lavoro faticoso, le soddisfazioni non mancano: pensate a Stefano Rusconi, venuto grande con noi e approdato poi in Nba».

Varese è una leggenda del basket europeo ma da anni è lontana dai vertici. Quali sono le ragioni e che futuro si aspetta?
«In città ci sarà sempre chi si dedicherà alla continuità della società: il Consorzio e il “trust” dei tifosi sono la garanzia più forte in questo senso. La flessione non è solo colpa di Varese ma è il movimento della pallacanestro che ha perso interesse perché la Nazionale ha smesso di brillare e perché tutte le società hanno subito la crisi economica. Il rilancio tocca alla Federazione e alla Lega».

Il calcio Varese ha subito due fallimenti in 11 anni e ora è in D. Come stabilizzarlo?
«Ripartendo dal vivaio, su cui investire valorizzando i giovani del territorio, come fanno i due modelli che, senza scomodare le grandi, sanno fare impresa nel calcio: l’Atalanta di Antonio Percassi e l’Udinese della famiglia Pozzo».

Pure l’hockey cittadino, che aveva vinto in passato due scudetti e una coppa europea, ha conosciuto la crisi e lo stesso vale per l’ippodromo.
«È vero ma ci sono altre realtà e atleti che, anche in sport cosiddetti minori, raggiungono l’eccellenza, come il nuotatore varesino Nicolò Martinenghi: dove c’è passione e si lavora bene, si arriva ai vertici».

Varese è carente anche negli impianti sportivi. Quali soluzioni?
«Trovare privati disposti a investire è sempre più difficile ma alcuni bandi, come quello di cui ha beneficiato il Rugby Varese, realtà da tenere in considerazione, rendono fattibile l’ammodernamento e lo sviluppo delle strutture. Ma servono incentivi».

È stato l’unico nella pallacanestro italiana a vincere lo scudetto da giocatore e proprietario dello stesso club. Com’era sul parquet?
«Cocciuto: cercavo di supplire con la volontà alle mancanze di madre natura e cioè statura e classe. Sono stato fortunato ad avere i migliori allenatori ma ho dovuto smettere a 27 anni. Essendo figlio unico, avevo la responsabilità sociale nei riguardi dei dipendenti dell’impresa di famiglia. Ho lasciato nel momento magico dell’Ignis, dopo due finali di Coppa Campioni: mi sono perso le otto successive».

Pratica ancora sport?
«Scio e coltivo la passione del golf, che ho scoperto a 52 anni: tardi e mi dispiace. I miei nipoti sono più bravi di me ed è bellissimo sfidarli».

Ha un rammarico?
«Sì. Quando sono stato vicepresidente di Lega Basket c’è stata la possibilità di assumere la responsabilità del settore squadra Nazionale. Alcuni personaggi del sommerso me l’hanno impedito non votandomi».

Che progetti ha per il futuro?
«Spero di stare al mondo finché avrò curiosità e voglia di fare. Sono stato presidente degli Industriali di Varese badando allo sviluppo economico del territorio. Ora ci sono altri progetti, oltre all’impegno di contribuire alla stabilità della Pallacanestro Varese».